REVOCA INDENNITA’ DI ACCOMPAGNAMENTO
Un’altra donna di Brancaleone, P.C., di anni 42, abitante nella popolosa frazione Razzà, si è vista revocare, da qualche tempo, l’indennità di accompagnamento da parte dell’INPS di Reggio Calabria. “Le invio una copia del verbale – scrive l’INPS alla donna – dal quale risulta che la sua invalidità si è ridotta e, quindi, non sussistono più i requisiti sanitari per poter usufruire della prestazione di invalidità civile n .....”. Poche righe, quindi, per comunicare all’invalida che la Commissione Medica Superiore presso il Centro Medico Legale INPS si era espressa sullo stato invalidante di P:C. La signorina P.C. è affetta da “micro-drepanocitosi già splenectomizzata. Sindrome lipotinica da idrocefalo trattato chirurgicamente” una patologia che si trascina sin dalla nascita. Per oltre 30 anni ha percepito l’indennità di accompagnamento data la gravità della malattia. Infatti, come si legge nel verbale di visita medico-collegiale del 29.06.1981, P.C. “ha una riduzione della capacità lavorativa del 100% non riducibile mediante idoneo trattamento di riabilitazione e necessita di aiuto per adempiere ai comuni atti della vita quotidiana”. La micro-depranocitosi, come è noto, causa crisi dolorose improvvise e spesso violente che compaiono fin dai primi anni di vita ed hanno localizzazione diversa: ossea, articolare, muscolare, addominale, toracica a causa della forma dei globuli rossi creando ostacoli alla circolazione sanguigna con conseguente comparsa di trombosi ed infarto, che sono la causa delle manifestazioni dolorose. P.C., per tale patologia, ogni 20 giorni deve sottoporsi a trasfusione di sangue presso l’Ospedale di Locri con delle sedute che durano circa dieci ore. Non solo. Dopo la trasfusione deve applicare sull’addome uno speciale apparecchietto per iniettare il medicinale. Tale terapia la deve effettuare fino a quando non avviene la prossima trasfusione di sangue. L’invalida, che vive con i genitori pensionati, trascorre intere giornate a letto per i forti dolori che avverte e per le continue emicranie che non l’abbandonano un solo istante. Ogni sei mesi deve recarsi a Roma o a Torino per i normali controlli clinici le cui spese di viaggio e di soggiorno per lei ed i suoi genitori sono abbastanza consistenti. In atto, P.C., conserva solo la pensione minima di invalidità di circa 250 euro mensili per la sua totale e permanente inabilità lavorativa pari al 100%. A questo punto la domanda sorge spontanea: come fanno a sopravvivere con una pensione da fame tutti gli invalidi che si trovano nelle stesse condizioni di P.C. e che per giunta non possono essere avviati al lavoro data la loro totale e permanente inabilità lavorativa stimata al 100%? C’è una stridente contraddizione che il legislatore dovrebbe colmare per dare un pizzico di dignità a questi sventurati per nulla figli di un Dio minore. Intanto la sfortunata invalida ha fatto ricorso al fine di vedersi riconoscere un diritto sacrosanto e, per il giorno 11 dicembre 2011, come lei stessa riferisce, è stata fissata la causa davanti al Giudice del Lavoro. Sulla vicenda di P.C. abbiamo registrato il parere del medico curante che, per ragioni di opportunità, desidera rimanere nell’anonimato. Dice il medico:” La patologia, senza dubbio, è invalidante al 100%, ma oltre l’invalidità, i pazienti che si sottopongono al ciclo di trasfusioni necessitano di un accompagnatore, poiché dopo le trasfusioni non sono nelle condizioni di assistere se stessi.” L’augurio della cittadinanza di Brancaleone è quello che la signorina P.C, possa vincere la sua battaglia legale e vedersi riconoscere un diritto che la legge fredda e senza cuore degli uomini le ha negato.